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RELAZIONE ASSEMBLEA GENERALE DELLO SPI/CGIL DI MANTOVA 7-7-2026

RELAZIONE ASSEMBLEA SPI MANTOVA 07 LUGLIO 2026

SEGRETARIO GENERALE SPI CGIL MANTOVA

COLLEONI FERDINANDO

C’è una trasformazione che sta cambiando il mondo più di quanto spesso ci rendiamo conto.

È il riscaldamento globale, il progressivo aumento della temperatura media della Terra.

Non riguarda soltanto l’ambiente, ma anche l’economia, la sicurezza e gli equilibri geopolitici.

Per questo il clima e la transizione energetica devono essere al centro del nostro dibattito e delle nostre scelte, se vogliamo affrontare con efficacia le grandi crisi del nostro tempo.

Mentre l’attenzione internazionale resta concentrata sul difficile dopoguerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, il quadro globale continua a trasformarsi.

Catastrofi naturali, emergenze climatiche e profondi cambiamenti politici stanno ridisegnando gli equilibri internazionali, mostrando come le grandi crisi del nostro tempo siano ormai strettamente intrecciate.

Anche sul piano geopolitico le trasformazioni sono profonde.

In Iran il Paese sta svolgendo i funerali ufficiali dell’Ayatollah Ali Khamenei e ha invitato numerosi leader stranieri.

Le esequie assumono così il valore di un evento diplomatico mondiale, destinato a misurare il grado di isolamento o, al contrario, la capacità dell’Iran di mantenere relazioni internazionali dopo il recente conflitto.

Nonostante il cessate il fuoco, tuttavia, la stabilità regionale appare ancora lontana.

Israele ha annunciato che manterrà le proprie truppe nel Libano meridionale, una scelta che rischia di complicare ulteriormente il dialogo con Teheran e di alimentare nuove tensioni lungo il confine settentrionale.

Anche tra gli alleati degli Stati Uniti iniziano a emergere segnali di cambiamento.

Negli Emirati Arabi Uniti, uno dei partner storicamente più vicini a Washington, cresce infatti il malcontento nei confronti dell’amministrazione americana dopo il conflitto con l’Iran.

Sempre più osservatori nella regione ritengono che la guerra abbia aumentato l’instabilità del Medio Oriente senza rafforzare la sicurezza dei Paesi del Golfo.

Si tratta di un’evoluzione che potrebbe avere conseguenze importanti sugli equilibri strategici della regione nei prossimi anni.

Ma i cambiamenti non riguardano soltanto la politica estera.

Anche all’interno degli Stati Uniti sono in corso trasformazioni profonde, che investono sia il Partito Democratico sia l’intero sistema politico americano.

Gli Stati Uniti stanno attraversando una fase di forte ridefinizione.

Si rafforza il protezionismo economico, cresce il ricorso alla spesa pubblica finanziata attraverso il debito e vengono riconsiderati i rapporti con gli alleati tradizionali.

Sul piano istituzionale, inoltre, si assiste a una nuova interpretazione del ruolo delle istituzioni e dei principi costituzionali, mentre la polarizzazione politica e sociale continua ad accentuarsi.

Un segnale evidente di questo cambiamento arriva da New York, dove il successo elettorale di Zohran Mamdani e dei candidati sostenuti dal sindaco conferma il rafforzamento dell’ala progressista della coalizione democratica.

Parallelamente, anche il rapporto tra il Partito Democratico e le principali organizzazioni filo-israeliana negli Stati Uniti, appare sempre più teso.

Quello che per decenni è stato uno dei principali punti di consenso bipartisan nella politica americana sta diventando un tema di forte contrapposizione, riflettendo il cambiamento dell’opinione pubblica statunitense sulla questione israelo-palestinese.

In questo contesto si inserisce anche il discorso pronunciato da Donald Trump l’altro ieri, il 4 luglio, durante le celebrazioni dell’Independence Day.

Trump ha rivendicato la forza degli Stati Uniti, affermando che il Paese è “più forte che mai” e attribuendo alla propria linea politica il successo nell’aver “annientato Iran e Venezuela”.

Nel suo intervento ha inoltre rilanciato uno dei temi centrali della sua retorica politica, indicando nel comunismo uno dei principali pericoli per il futuro dell’America.

Il filo che unisce queste vicende è evidente.

Le crisi del XXI secolo non sono più isolate.

Un terremoto, un’ondata di caldo, una guerra regionale o una trasformazione politica interna fanno parte dello stesso scenario globale.

Governi e società sono chiamati contemporaneamente a gestire sicurezza, cambiamento climatico, resilienza economica e trasformazioni geopolitiche.

La sfida non consiste più nel risolvere una singola emergenza, ma nel costruire istituzioni capaci di affrontare un mondo in cui le crisi si sovrappongono e si alimentano reciprocamente.

La transizione climatica sta spostando il potere globale dai vecchi giganti dei combustibili fossili ai leader delle tecnologie pulite e delle terre rare.

Questo cambiamento sta riscrivendo le regole della sicurezza, del commercio e delle alleanze internazionali, creando una nuova mappa del potere mondiale.

I paesi che basano la loro economia sull'esportazione di petrolio e gas vedono minacciata la loro influenza.

Il potere si sta concentrando nelle mani di chi controlla la catena di approvvigionamento dell'energia verde.

Pechino domina la produzione globale terre rare, di pannelli solari, pale eoliche e batterie per veicoli elettrici.

Il boom della Cina nella produzione di energia solare ed eolica sta trasformando il settore energetico mondiale.

Nel 2025 la capacità elettrica totale installata nel pianeta, ovvero tutti gli impianti a carbone, a gas, idroelettrici e nucleari e tutte le fonti rinnovabili, è stata di circa 10 terawatt.

Oggi la filiera del solare cinese può produrre un terawatt all'anno solo dai pannelli solari.

La transizione non elimina le tensioni, ma ne cambia l'oggetto e la geografia.

I recenti sviluppi in Medio Oriente, con l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran, sembrano ricalcare una chiara strategia della politica di Trump.

Seppure profondamente diverso dall’operazione

statunitense in Venezuela, in questo intervento

militare possiamo riscontrare obiettivi simili e cioè riuscire a controllare direttamente o indirettamente le risorse fossili mondiali, secondo la dottrina del cosiddetto dominio energetico.

Trump vuole che il dominio energetico resti agli Stati Uniti.

I mercati globali potrebbero non essere d'accordo

A prima vista, la politica di dominio energetico dell'amministrazione Trump sembra essere stata un successo.

Ma il cambiamento delle dinamiche del mercato dell'energia si è dimostrato difficile.

Da quando il presidente degli Stati Uniti Trump ha dichiarato l’emergenza energetica nazionale il suo primo giorno di carica l'anno scorso, l'energia è stata un obiettivo importante della sua amministrazione.

Mira a raggiungere il "dominio" facendo crescere i settori dei combustibili fossili, del nucleare e dei minerali critici per riempire i mercati interni e guidare quelli globali.

Ciò che è chiaro è che la produzione di petrolio e gas negli Stati Uniti sta aumentando - petrolio a livelli record e le esportazioni di gas naturale liquefatto crescono di oltre il 20 per cento.

A lungo termine, Trump vuole una crescita simile del carbone e dell'energia nucleare.

Dopo il precipitoso declino del carbone negli ultimi anni, la sua amministrazione è finora riuscita a mantenere aperte cinque centrali elettriche statunitensi a carbone rimuovendo le normative sull'inquinamento, offrendo assistenza agli investimenti e persino ordinando al Pentagono di acquistare elettricità generata dal carbone.

Sul nucleare, Trump si è posto l'obiettivo di quadruplicare la generazione di energia atomica negli Stati Uniti entro il 2050 e si è mosso in modo aggressivo per facilitare le costruzioni in casa e all’estero di nuove partnership nucleari.

Ma gli obiettivi di dominio energetico dell'amministrazione Trump vanno oltre al fatto di rendere gli Stati Uniti un'iperpotenza di idrocarburi.

Marco Rubio, il Segretario di Stato degli Stati Uniti d'America e futuro candidato presidente, lo ha detto con chiarezza alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco.

Secondo l’amministrazione americana, il culto del clima per la transizione energetica non è soltanto una sfida ambientale, ma anche una partita di potere.

Se la leadership delle tecnologie verdi resterà nelle mani della Cina, Washington rischierà di perdere influenza globale.

Da qui la richiesta agli alleati di modificare le proprie strategie energetiche e riallinearsi agli interessi degli Stati Uniti.

Il dominio forse non è quello che sembra

Nel 2026 l’Europa affronta una fase di rallentamento economico, con una crescita del PIL stimata all’1,1% nell’Unione europea e un’inflazione risalita al 3,1%.

Sul piano geopolitico, il continente si trova stretto tra le conseguenze del conflitto in Ucraina, le tensioni nel Mediterraneo e in Medio Oriente e la necessità di ridefinire il proprio ruolo strategico nei confronti degli Stati Uniti.

Parallelamente, l’Unione europea è chiamata a rafforzare una politica estera e di sicurezza comune, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dall’ombrello militare ed economico statunitense e di affrontare le ripercussioni delle recenti dinamiche politiche negli Stati Uniti.

Le persistenti tensioni in Medio Oriente e la crescente competizione tra le principali potenze mondiali rendono sempre più vulnerabili le catene di approvvigionamento dell’energia e delle tecnologie strategiche, accentuando la dipendenza europea dagli Stati Uniti .

L’aumento dei prezzi delle materie prime energetiche continua inoltre a frenare la crescita economica.

A ciò si aggiunge la difficoltà della Germania nel recuperare il proprio ruolo di locomotiva economica del continente, con effetti che si riflettono sull’intero sistema produttivo europeo.

In questo contesto, la banca Europea ed i governi devono trovare un equilibrio tra il contenimento del ritorno dell’inflazione e il sostegno alla crescita economica.

Allo stesso tempo, l’incremento della spesa per infrastrutture e difesa, unito agli elevati livelli di debito pubblico e privato, riduce il margine di manovra fiscale e finanziaria degli Stati membri.

L'attuazione del Green Deal e la lotta all'inflazione stanno creando forti dibattiti interni.

Il rincaro del costo della vita e il rischio di povertà alimentano le proteste in vari settori (come quello agricolo ed energetico), influenzando gli equilibri elettorali nei singoli Stati membri.

Con gli europei in attesa di una terza ondata di caldo da fine maggio, si infiamma il dibattito attorno all'aria condizionata.

Dopo una ondata di caldo estrema che ha provocato circa 1.300 morti in Europa e con una seconda in arrivo nel mese di luglio, la questione climatica è più polarizzata che mai.

Presentato nel 2019, il Green Deal europeo(Patto verde europeo) si basa sull'idea di consumare meno energia, bruciare meno combustibili fossili e rendere le case europee più efficienti, per evitare di alimentare ulteriormente il riscaldamento globale.

La vicepresidente esecutiva della Commissione europea, Teresa Ribera ha dichiarato "Esiste una feroce battaglia contro i fatti e la scienza"

Eppure la visione di Bruxelles è stata plasmata in gran parte dall'inverno, dando priorità a come tenere al caldo gli europei riducendo al tempo stesso la dipendenza dal gas importato.

Poi è arrivato il caldo.

E la vicepresidente esecutiva della Commissione europea per una transizione pulita, giusta e competitiva, Teresa Ribera, ha riconosciuto che l'ondata che colpisce attualmente l'Europa è qualcosa "che sapevamo potesse accadere, ma non siamo stati abbastanza intelligenti da affrontarne le cause profonde".

Da Parigi ad Amsterdam, da Madrid a Monaco, le estati roventi diventano più lunghe e più intense.

Il continente che per decenni ha isolato le case contro il freddo scopre che molti di quegli stessi edifici sono diventati trappole nei mesi più caldi.

L’ondata di caldo che sta attraversando il continente ha fatto registrare nuovi record storici.

L'Europa è il continente che si riscalda più rapidamente al mondo.

Le principali emergenze includono ondate di caldo estremo con temperature record e rischi per la salute, siccità prolungata, e precipitazioni intense che causano gravi alluvioni.

Le zone urbane e agricole sono le più colpite, con l'Italia riconosciuta tra i Paesi europei a più alto rischio

Le temperature hanno trasformato il cambiamento climatico da questione ambientale a problema politico e sociale.

Il dibattito sull’aria condizionata, la transizione all’elettrico e l’ intelligenza artificiale tre temi fortemente energivori che sono il simbolo più evidente di come l’aumento della domanda di elettricità, combinato con una disponibilità più limitata, si rifletterà immediatamente sui mercati dell'energia.

La crisi climatica obbliga così la politica a confrontarsi con un dilemma nuovo: come conciliare la riduzione dei consumi energetici con la necessità di proteggere milioni di cittadini dagli effetti del caldo estremo

Il controllo statunitense sul petrolio mondiale potrebbe non essere la Panacea che Trump si aspetta mentre si spalanca davanti ai nostri piedi l’abisso dell’ emergenza climatica.

La crisi del capitalismo e la crisi ambientale sono fenomeni interconnessi il cui modello basato sullo sfruttamento infinito delle persone e delle risorse ha generato danni irreversibili.

Entrambe le crisi si alimentano a vicenda, richiedendo profonde riflessioni sul futuro del sistema produttivo globale

C’è urgenza di trovare risposte alla crisi del capitalismo, a un’economia che riproduce in forme nuove un sistema economico che ci lancia contro il muro della catastrofe climatica.

C’è bisogno di immaginare strade innovative per uscire dall’impasse socio-economica che stiamo vivendo, togliendo centralità al mercato e rimettendo al centro la società.

Ritrovando il filo a piombo dell’uguaglianza,

un’uguaglianza più piena però, che integri una rinnovata attenzione alle classi sociali e al lavoro, alle discriminazioni di genere verso le donne e di ageismo verso gli anziani, riducendoli a stereotipi di fragilità e inutilità oltre al razzismo sistemico delle nostre economie.

Se di un protezionismo abbiamo bisogno è quello delle persone.

Come siamo oramai abituati, anche questo mese ha visto eventi rilevanti più a livello internazionale che nazionale.

Sta per cominciare un ciclo elettorale in Europa.

Noi cittadini abbiamo una enorme responsabilità.

Al fondo, quello che è in gioco, oltre alla guerra e alla pace, è la tenuta delle democrazie che dal punto di vista dei nuovi imperatori sono rottami sacrificabili.

La differenza dell’Europa, rispetto a chi sta costruendo imperi, è quella di un continente che spero abbia introiettato una coscienza.

La pace dipende dalla democrazia e viceversa.

L’Unione Europea, scossa dalle turbolenze mondiali, si appresta a vivere una possibile svolta politica nel prossimo anno di importanti appuntamenti elettorali nazionali.

Dopo avere registrato risultati non banali dal voto in alcuni suoi paesi membri, in particolare con la clamorosa sconfitta di Viktor Orban, messaggi politici positivi per l’Unione Europea sono arrivati in questa prima parte dell’anno anche dal No al referendum sulla giustizia in Italia, con una sconfitta del centro destra e nelle elezioni legislative in Danimarca, con una conferma al primo posto dei socialdemocratici, e in consultazioni elettorali locali, in particolare in Francia e Germania, dove si è registrata una tenuta per le forze di orientamento europeista.

Ma sarà nel 2027 che suonerà la campana per l’Unione Europea, che dovrà confrontarsi alle elezioni politiche in quattro Paesi decisivi per il suo futuro, come sono Italia, Spagna, Polonia, Francia e con la Germania alle prese con l’elezione del Presidente della Repubblica federale.

E non è senza interesse che nello stesso anno scadano anche i mandati di tre presidenze UE: quella del Consiglio europeo, del Parlamento europeo e della Banca centrale europea.

Fare previsioni sul quadro politico e istituzionale UE nel 2027 sarebbe oggi azzardato, tenuto conto anche delle turbolenze mondiali in corso, che non mancheranno di riversare conseguenze politiche ed economiche nell’Unione Europea.

Anche l’Italia si avvia verso le elezioni. “Abbiamo un governo che suona la grancassa della propaganda, descrivendo il paese come un paradiso terrestre”.

Meloni dopo quattro anni di approccio da cheerleader di Trump, adesso fa finta di nulla alle critiche e agli insulti, del presidente americano.

Il punto è che, oltre agli insulti, alle trappole e all’arroganza, il dramma oggi con gli Stati Uniti è l’assenza di interlocutori credibili: non esiste nessuno su cui poter fare affidamento.

E i cosiddetti alleati degli Stati Uniti sono i primi che devono prenderne coscienza che se si presentano come dei sudditi non è ammesso disubbidire.

Non può e non deve funzionare così.

Dobbiamo esigere chiarezza, anche quando la politica cambia.

Dobbiamo essere cittadini consapevoli ed esigenti, e chiedere alla politica di rendere conto.

Quello che è successo lo stiamo pagando noi.

Abbiamo un problema di tutela della democrazia.

La posta in gioco è quella”.

In Italia il quadro politico del 2026 rivela ormai l’esistenza di due blocchi che si muovono secondo logiche opposte.

I due principali schieramenti contrapposti sono il centro-destra e il centro-sinistra.

Entrambi raccolgono diverse forze politiche con ideologie affini per competere alle elezioni.

Seppure con un alone di ambiguità, la maggioranza rimane unita sulla politica estera: nonostante l’estrema destra di Roberto Vannacci, accusato da Giorgia Meloni di fare il gioco delle sinistre, tenti di piegarne l’agenda verso una linea ancora di più anti Europa.

La rivoluzione di destra di questi quattro anni porta a dire che l’Italia di Meloni, da quando è salita al governo è solo peggiorata.

Premierato, separazione delle carriere, autonomia, natalità, immigrazione, Pnrr, crescita economica, grandi opere, ribaltamento dell’Ue è un elenco interminabile di un niente di fatto.

Il paradosso del fallimento lo vediamo attraverso un esecutivo che è “caduto politicamente in Europa e ironicamente, non ha salvato la credibilità politica nel paese, né ha preservato le tante promesse elettorali.

Secondo le stime economiche, nel 2027 Italia sarà ultima per crescita e prima per debito in Ue.

Abbiamo superato anche la Grecia.

Dal prossimo anno viene meno anche la spinta del PNRR.

200 miliardi di Euro che dovevano permettere all’ Italia di riallinearsi all’Europa e invece evidenziano un peggioramento nell’ aumento del debito oltre che ad una ripresa dell’ inflazione.

Tre anni e mezzo fa, dopo la vittoria di Giorgia Meloni, un elettore di destra incline a qualche entusiasmo si sarà sicuramente pregustato, per la fine della legislatura, un’Italia rimessa in piedi e a nuovo.

Se necessario pregustava anche qualche sganassone alla sinistra, secondo gli ardori di una parte politica finalmente sguinzagliata dopo otto decenni di palude.

Le nuove previsioni di primavera della Commissione europea sulla crescita riportano l’Italia in coda alla classifica del Vecchio continente.

Ad aprile si è svolta l'audizione presso le Commissioni Bilancio congiunte della Camera dei deputati e del Senato, relativa all'esame del Documento di finanza pubblica 2026

Hanno partecipato per la Cgil il segretario confederale Christian Ferrari e Nicolò Giangrande, Responsabile Ufficio Economia.

La Presidente del Consiglio – nel rammaricarsi per la mancata uscita dalla procedura di infrazione – ha rivendicato la linea di austerità perseguita in questi anni.

Linea di austerità che ha portato il Paese dal 2022 dove il PIL cresceva del 4,8%, al 2025 dove cresce di appena uno 0,5%, che – nella più ottimistica delle ipotesi – confermeremo anche quest’anno.

Nel 2022 la pressione fiscale era del 41,7%, nel 2025 ha raggiunto il 43,1% (il dato più alto da oltre un decennio).

Negli ultimi 3 anni la produzione industriale è scesa del 4,2%.

A dicembre 2025 i salari reali erano ancora inferiori dell’8,1% rispetto a gennaio 2021 (Istat).

Sono questi i dati che incidono sulle condizioni materiali di vita e di lavoro di milioni di lavoratori e pensionati e di cui dovrebbe preoccuparsi l’Esecutivo.

Il problema, infatti, non è certo un decimale in più o in meno nel rapporto deficit/PIL, ma l’intero impianto delle politiche di bilancio,

l’approvazione – nel settembre dello stesso anno – del Piano Strutturale di Bilancio (PSB) attualmente in vigore, il Governo aveva di fronte a sé due strade: agire sul lato delle entrate – possibilità prevista anche dal nuovo Patto di Stabilità – andando a prendere i soldi dove sono (extra-profitti, profitti, rendite, grandi ricchezze, evasione fiscale); oppure impostare un lungo ciclo di austerità fino al 2031.

Disgraziatamente, si è scelta questa seconda strada, per poi percorrerla a tutta velocità: tagliando la spesa e gli investimenti pubblici; definanziando la sanità; facendo cassa sulla previdenza; raggiungendo il record di pressione fiscale a carico dei redditi fissi.

Infine – come se tutto ciò non bastasse – si è deciso di accelerare sulle politiche di rigore allo scopo di uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo in anticipo rispetto a quanto richiesto dalla stessa Commissione europea.

Salvo poi fallire questo obiettivo.

C’è un’unica buona notizia in tutto ciò: sarà molto più difficile attivare la clausola di salvaguardia per scomputare dal Patto di stabilità l’aumento delle spese in armi.

Per il resto, siamo di fronte a una vera e propria beffa: non tanto per chi ha assunto quelle decisioni, piuttosto per chi ne ha pagato il prezzo, a partire da lavoratori e pensionati che prima hanno subìto un’inflazione da profitti mai del tutto recuperata (+20,6%, in termini cumulati, nel periodo 2021 –2025); poi un gigantesco drenaggio fiscale di oltre 25 miliardi; infine, il taglio dei servizi pubblici, a cominciare da sanità, istruzione, previdenza.

Risultato: un brutale impoverimento delle classi medie e popolari e la conseguente compressione della domanda interna, che ha contribuito alla crescita dello “zerovirgola” che ormai prosegue dal 2023.

Gli altri fattori che hanno determinato questa parabola sono presto detti: l’assenza di qualunque politica industriale che guidasse la transizione digitale e la conversione ecologica della nostra economia.

L’ aver puntato tutto sulla parte più arretrata, meno innovativa e a più basso valore aggiunto del nostro sistema produttivo (dove si annidano più che altrove precarietà, sfruttamento, evasione fiscale e contributiva).

Aver sostanzialmente sprecato – tra ritardi, inefficienze e continue rimodulazioni – l’irripetibile occasione del PNRR.

Un esempio su tutti, la politica energetica: ci si è limitati a “diversificare” le importazioni di gas (con l’effetto di farci passare dalla dipendenza dai beni energetici provenienti dalla Russia, a quelli – peraltro più costosi – provenienti in particolare dagli Usa).

Anziché aumentare la produzione di energia rinnovabile, nel Paese del Sole, l’unica in grado di ridurre l’impatto climatico, garantire sicurezza e indipendenza energetica, diminuire strutturalmente i prezzi dell’energia per imprese e famiglie.

Siamo arrivati al punto che – nel 2025 – le nuove installazioni di rinnovabili sono addirittura scese dell’8,2% (Anie rinnovabili).

E oggi ci troviamo ad affrontare a mani nude

1) una nuova e ancor più devastante crisi energetica,

2) l’ennesima, probabilissima, fiammata inflattiva;

3) il rischio concreto, paventato dallo stesso ministro Giorgetti, di andare in recessione.

E tutto ciò, in una condizione di vulnerabilità ben peggiore di quella del 2022, quando avevamo: il rimbalzo post Covid del PIL e dell’occupazione; la sospensione generale del Patto di Stabilità; politiche monetarie espansive della BCE; l’avvio del PNRR; il potere d’acquisto non ancora eroso dall’inflazione degli anni successivi.

In conclusione, occorre cambiare radicalmente strada.

Nell’immediato, occorrerebbe innanzitutto:

• contribuire alla soluzione dei conflitti bellici con tutti gli strumenti politici e diplomatici a disposizione;

• incrementare la quota di energia nazionale prodotta da fonti rinnovabili, a cominciare dagli oltre 1.700 progetti di installazione che sono ancora in attesa di autorizzazione;

disaccoppiare le rinnovabili dal gas (in Italia, nel 2026, il prezzo dell’elettricità è stato determinato dal gas nell’89% delle ore; nello stesso periodo in Spagna – grazie a un’elevata penetrazione delle rinnovabili – il gas ha influenzato i prezzi solo nel 15% delle ore);

• tassare gli extra-profitti delle compagnie energetiche per finanziare misure di contrasto alla povertà energetica e al caro carburanti, sostenendo il reddito di lavoratori e pensionati;

• difendere l’occupazione con ammortizzatori sociali universali anche europei tipo Sure (100 ML), un piano per la giusta transizione e – se necessario – anche il divieto di licenziamento;

• neutralizzare il drenaggio fiscale attraverso l’indicizzazione automatica di tutta la struttura dell’IRPEF all’inflazione (con una crescita dei prezzi al 2,9% – come da previsione del Governo – nel 2026 un lavoratore con un imponibile fiscale da 35.000 euro subirebbe un ulteriore prelievo di oltre 1.500 euro; un pensionato da 1.000 euro al mese pagherebbe al fisco 370 euro in più.

In prospettiva, occorre:

• rinnovare tempestivamente tutti i CCNL pubblici e privati per difendere e rafforzare il potere d’acquisto;

• approvare una legge sulla rappresentanza e introdurre il salario minimo legale;

• garantire una piena perequazione delle pensioni e rafforzare la quattordicesima;

• reindirizzare le risorse che sono già destinate al riarmo (+23 miliardi cumulati nel triennio 2026-2028: DPFP 2025) a sostegno di politiche industriali per i settori manifatturieri e per i servizi, contrastando chiusure e delocalizzazioni.

A livello europeo, è invece indispensabile rilanciare una strategia economica e monetaria espansiva

A sinistra, al contrario, deve stare attenta a non arroccarsi nella purezza ideologica o della testimonianza radicale.

Per rilanciarsi deve ricostruire un forte legame con le classi popolari, con il mondo del lavoro, con i pensionati, puntando su una proposta programmatica chiara: difesa del potere d'acquisto, rafforzamento della sanità pubblica, una decisa transizione ecologica e un'alleanza strategica e stabile.

Va superata la percezione di essere distante dai problemi concreti della vita quotidiana, tornando a fare politica nei territori e nelle periferie.

L'obiettivo concreto della sinistra da qualche decennio viene considerato al massimo, se va bene, un'ideale.

Ma senza trasformazione reale non si incide sul presente

Torniamo agli IDEALI

Trasformiamo il presente

Al Lavoro

E

Alla Lotta

Ma anche Buone Vacanze che ce le meritiamo