RELAZIONE ASSEMBLEA SPI CGIL MANTOVA 20 OTTOBRE
RELAZIONE ASSEMBLEA SPI CGIL MANTOVA 20 OTTOBRE COLLEONI FERDINANDO
"fecero un deserto e lo chiamarono pace" Dal libro di Tacito riferito ai romani nei confronti dei Britanni Donald Trump ha scritto un “nuovo inizio” con un pennarello che pareva una clava. Ha riscritto le regole della pace, ottenuta non preparando la guerra, ma facendola. L’esibizione di forza più risoluta, per mostrare di essere pronti veramente a tutto. È il suo momento, il suo tempo, il suo D-Day. Siamo all’apologia della guerra del presidente pacificatore Stiamo dunque dicendo che l'accordo di pace è un risultato importante in sé, ed è nello stesso tempo anche la prova di una nuova modalità di espressione del governo americano: il comando. Coerentemente, questo accordo di pacificazione mediorientale non si basa sui principi e sugli ideali occidentali cui l'America ha sempre fatto riferimento ma si fonda piuttosto su quella che potremmo chiamare una profonda voglia di abbandonare il modello democratico degli Stati Uniti, un sentimento profondo che vuole portare il Paese a competere per la guida di un nuovo ordine mondiale sostituendo al modello democratico il modello imperiale. All’indomani del vertice di Sharm el-Sheikh, dove Donald Trump si è posto trionfalmente come il mediatore di una pace lungamente attesa in Medio Oriente (senza però riuscire ad ottenere, almeno per il momento, il premio Nobel), la comunità internazionale può certamente dichiararsi soddisfatta per la fine delle ostilità a Gaza. Sarebbe però quantomeno semplicistico e un po’ ingenuo illudersi che questo ‘cessate il fuoco ’in cambio di prigionieri ed ostaggi sia di per sé foriero della complessiva pacificazione della regione. La tregua conseguita – o meglio imposta – grazie all’azione risolutiva degli Stati Uniti è solo il primo passo di un percorso che si preannuncia ancora lungo e disseminato di ostacoli. E non credo che dobbiamo abbandonarci ai trionfalismi di Trump visto che si è vantato di aver posto fine ad un conflitto addirittura trimillenario tra Ebrei e Filistei. Naturalmente se questi accordi vengano interpretati, come li interpreta il ministro israeliano delle finanze di estrema destra Smotrich il quale afferma ancora in questi giorni che la Striscia è “una grande opportunità immobiliare” allora siamo lontanissimi da una pace vera Ora dobbiamo costruire, ed è tutto molto più economico ed ha aggiunto, sempre il ministro Smotrich secondo quanto riportato dai giornali israeliani – di essere in trattative con gli Stati Uniti su come spartire la zona costiera palestinese. sembrano i fondamenti di un progetto colonialista “Ho avviato le negoziazioni con gli americani. Stiamo pagando un sacco di soldi per questa guerra, quindi dobbiamo spartirci la percentuale sulla vendita della terra”. Quello che esce da quel brodo di coltura è un figuro che in conferenza stampa insiste a ripetere “no kidding” (non sto scherzando!) mentre descrive la distruzione della Striscia di Gaza come se fosse il cantierino della nuova rotonda di paese. Uno che nasconde neanche troppo sotto il caschetto da cantiere l'elmetto di guerra: “Ora stiamo facendo la fase di demolizione, che è la prima fase di una rigenerazione urbana. Ora che dobbiamo costruire, è molto più conveniente” C’è qualcosa di perverso nel modo in cui parla, in questi accordi, non di «pace» e «prosperità», ma di «guerra» e «miliardi» Ancora una volta, Smotrich ha così palesato il desiderio di annettere la Striscia facendola diventare a pieno titolo territorio dello Stato ebraico. Mai come in questo momento servono lucidità e pragmatismo per trovare una soluzione condivisa e duratura che garantisca davvero la pace tra israeliani e palestinesi favorendo la ricostruzione di Gaza e l’approdo allo schema ‘due popoli, due Stati’. Fermate otto guerre, come sostiene Trump, potrà pur bloccare la nona: quella tra Russia e Ucraina visto che è già in agenda, anche se le prove generali non hanno funzionato. Oramai siamo all’esibizione di forza più risoluta, per mostrare di essere pronti veramente a tutto. In questi giorni sono partite le manovre militari della Nato; tra poco seguiranno i russi e pure i francesi, trasformando ottobre in un intreccio di esercitazioni degli arsenali nucleari focalizzate sull’Europa. Un modo di testimoniare la determinazione ad andare fino in fondo, fino agli ordigni che inceneriscono intere regioni, uno scenario che ogni giorno diventa purtroppo meno remoto. L’Orologio dell’Apocalisse, creato da un’associazione di scienziati per rendere visibile il rischio di un conflitto atomico, non è mai stato così vicino alla “Mezzanotte della distruzione totale” neppure nei momenti più cupi della Guerra Fredda. Le grandi manovre dell’Alleanza atlantica incarnano la speranza che aumentando la deterrenza e portandola sino all’estremo sia in grado di fermare le armi nucleari. Per questo quattordici nazioni, Italia inclusa, sono impegnate in un Gioco di guerra che proseguirà per molti giorni e dove il numero delle forze nucleari coinvolte è senza precedenti. Le manovre Nato saranno messe alla prova dalle grandi manovre russe Grom – Tempesta – che sono incominciate oggi per i prossimi sei giorni. Le due esercitazioni nucleari saranno sfide parallele. Il copione è quello di alzare ulteriormente il livello del confronto. E ’una linea strategica che durante la Guerra Fredda veniva chiamata “escalate to descalate”: portare la tensione al massimo livello per ottenere le migliori condizioni di negoziato. Una condotta ad alto rischio, perché la situazione può sfuggire di mano per un nonnulla e il mondo paradossalmente si troverebbe pericolosamente sull’orlo della guerra. Per questo abbiamo visto con favore il ritorno del movimento per la pace. In 300mila alla Perugia Assisi hanno gridato i "Conflitti non sono inevitabili" Un record di partecipazione, cinque pulman da Mantova , quando la testa del corteo ha raggiunto la Rocca di Assisi, la coda dei 300mila è 14 chilometri più giù. Mai così tanta gente dal 2001, forse di più. Allora c'era appena stato l'attacco degli Stati Uniti in Afghanistan dopo l'attentato alle Torri gemelle, si veniva dal G8 di Genova, quello di «un altro mondo possibile». Ora quest'ennesima piazza di pace, come tutte quelle dal 22 settembre in poi, grida che «c'è un altro orizzonte possibile” La guerra non è inevitabile, non lo sono la corsa al riarmo, le disuguaglianze. É un Utopia? «No, deve diventare un progetto». Quando le piazze si riempiono, vuol dire che a perdere è la rassegnazione. Non c’è cosa peggiore che disprezzare le piazze e le flotte, presidente Meloni, Avrebbe dovuto ringraziarle del lavoro che hanno fatto e del merito che hanno nel risveglio della coscienza popolare che ha portato alle grandi giornate di mobilitazioni. Una parte positiva l’hanno avuta quei governi d’Europa e del mondo che nelle scorse settimane hanno riconosciuto lo stato di Palestina, e l’Italia — lei, signora meloni — non è fra questi. Una parte di quei governi che hanno votato le sanzioni e di nuovo, lei signora non è fra questi. In compenso ha definito i manifestanti "amici di Hamas", si vergogni. Quando Trump dice a Netanyahu “non puoi combattere contro il mondo intero” si riferiva non solo ma anche all’impopolarità globale del governo israeliano resa evidente dalla moltitudine scesa in piazza e in mare. Vergogna anche per le parole della ministra Roccella su Auschwitz definendole solo gite antifasciste. La titolare del dicastero della Famiglia e delle pari opportunità non considera che sta parlando del campo di concentramento e sterminio più grande della storia, dove i nazisti hanno agito anche con la complicità dei regimi fascisti europei, che consegnavano i propri cittadini alle SS. La ministra Eugenia Roccella nel definire «le gite ad Auschwitz» ha suscitato l'indignazione di Liliana Segre, superstite dell'Olocausto, che si dice incredula ed ha affermato «Stento a credere che una ministra della Repubblica possa avere detto che i viaggi ad Auschwitz sono stati incoraggiati per incentivare l'antifascismo. Quale sarebbe la colpa?». Un richiamo alla verità da parte di chi questa storia l'ha conosciuta sulla sua pelle. «Durante la Seconda guerra mondiale, i nazisti con la collaborazione zelante dei fascisti locali realizzarono una colossale industria della morte per cancellare dalla faccia della terra ebrei, rom e sinti e altre minoranze. La formazione dei nostri figli e nipoti — ha sottolineato Segre — deve partire dalla conoscenza della storia. La memoria della verità storica fa male solo a chi conserva scheletri negli armadi». Siamo alla scissione tra morale e politica, siamo alla politica che licenziato l’etica, ultimamente sempre di scottante attualità. E la distorsione della realtà di questa destra non è solo una questione morale, ma è un’urgenza sociale. Anche se in queste Elezioni regionali non emerge questa urgenza. La vittoria del campo largo in Toscana è stata una vittoria netta, resa ancora più significativa dalla debacle della Lega del generale Roberto Vannacci, fermo sotto il 5%. I risultati delle Marche e della Calabria bruciavano, lo sapevamo: erano sfide difficili in terre da tempo in mano alla destra. Ma con la Toscana possiamo dire che siamo più che mai vivi e che la remuntada passa ora dal voto di novembre in Campania e in Puglia. L’unica strada è stare insieme: perché solo insieme batteremo la destra, e solo insieme costruiremo il futuro dell’Italia. Ma c’è un dato che non possiamo ignorare: l’astensionismo. Ha votato appena il 47,73% degli aventi diritto in Toscana, 15 punti in meno rispetto al 2020. È una tendenza che attraversa l’Italia e l’Europa. Un astensionismo figlio della percezione che la democrazia non funzioni più. Non è solo rabbia o delusione: è rassegnazione. E la rassegnazione è il terreno più fertile per i nazionalismi e le destre sovraniste, che parlano di ‘popolo e nazione ’mentre svuotano la politica di democrazia. Oggi il primo partito, ovunque, è quello di chi non vota. Ma l’antidoto esiste: ricostruire fiducia, rimettere al centro diritti e partecipazione, restituire voce e potere reale alle comunità. Una politica che ascolta, che si fa prossima, che offre risposte concrete su lavoro e pensioni, sanità e giustizia sociale, ambiente e diritti può invertire la rotta. Perché la democrazia non muore quando perde consensi: muore quando smette di essere credibile. Quindi siamo di fronte ad un Astensionismo che non è rifiuto della politica, l'astensione non è sintomo di disinteresse, ma di una forte e crescente domanda di una politica diversa. Contro i riti della politica tradizionale, dell’impoverimento della democrazia parlamentare, della sostituzione della politica alta solo con una gestione tecnocratica dei governi allora dobbiamo valorizzare, la vitalità della società italiana, dei corpi intermedi ancora esistenti, la rappresentatività sociale del sindacato, del terzo settore, del volontariato laico e cattolico che quando si muove smuove coscienze. Ma per incidere dobbiamo comprendere che le vere decisioni da cui la nostra vita dipende, non risiedono più dentro i confini dei singoli Paesi ma sono sempre più a livello internazionale anzi tra le potenze E l’Europa è un eterno incompiuto e per di più in crisi Il primo istinto, nel vedere le manifestazioni (pacifiche), è quello di salutare il risveglio della politica e dell’impegno civile. Le persone non sono indifferenti né sorde a quanto accade intorno a loro, anche lontano da loro e si trasforma in movimento collettivo solo laddove in tanti si ritrovano spalla a spalla per condividere un sentimento comune Ma questo nuovo impegno si ferma appena prima della politica. Possiamo chiamarla politica, nel senso esteso secondo cui tutto ciò che riguarda un “noi” e trova una sintesi spontanea è politico. Ma si tratta di una forzatura, se non di una lettura ideologica. La politica nasce non quando c’è un sentire comune spontaneo, ma quando quel sentire trova una sintesi ulteriore nella democrazia rappresentativa. Questo non significa sminuire o sottovalutare le espressioni di partecipazione della società civile: significa spronarle ed esortarle al passo successivo, quello che porta fino all’elettorato attivo. Tutto il resto è mera testimonianza. Il tema del rapporto tra rappresentanza degli interessi e rappresentanza politica, o più semplicemente tra sindacato e politica, ha sempre suscitato un forte dibattito fra quanti auspicano che il sindacato si limiti a fare il «suo mestiere», che quindi non abbia a immischiarsi nella politica, sia tra quanti ritengono che il «mestiere del sindacato» non possa non avere anche un risvolto, una rilevanza politica. Per questo la Segreteria Confederale della Cgil di Mantova dal luglio scorso ha aperto un tavolo permanente con i Segretari Generali delle nostre categorie per preparare un percorso di metodo e merito verso le prossime elezioni amministrative che vedranno coinvolto il nostro comune capoluogo di provincia nella primavera del 2026. Dobbiamo definire il perimetro della nostra azione e del metodo che come CGIL vogliamo utilizzare nel confronto con le forze politiche cittadine e i candidati sindaci e i candidati consiglieri del campo progressista. Entro la fine dell’anno si lavorerà ad un documento che, redatto sempre da tutto il tavolo permanente di cui sopra, dovrà poi essere elaborato e varato insieme alle nostre assemblee generali e poi in un percorso partecipativo che coinvolga le nostre iscritte e i nostri iscritti. Questo obbiettivo ha prodotto un comunicato di indirizzo firmato dalla segreteria e da tutte le categorie che così recita La CGIL di Mantova giudica positivamente l’operato dell’amministrazione comunale degli ultimi 10 anni che complessivamente ha portato un arricchimento per la città da un punto di vista sociale e culturale. Nel percorso che porterà alle prossime elezioni comunali la nostra organizzazione, attraverso uno specifico tavolo sulla città che coinvolgerà tutte le nostre federazioni, non farà mancare la voce di lavoratrici, lavoratori, pensionate e pensionati nel confronto con le forze politiche cittadine. Il cambio del sindaco infatti rappresenta un momento molto importante per ridiscutere la traiettoria di sviluppo economico, ambientale, sociale e culturale di Mantova, della sua area industriale e di tutti i comuni attorno alla città. Per queste ragioni pensiamo sia fondamentale che il punto d’osservazione dei nostri 50.000 iscritti possa vivere e costruire proposte per un proficuo confronto nel merito con chi si candida per guidare il governo della città. Su questo lavoro e con questo metodo saremo impegnati nei prossimi mesi nella stesura di un documento collettivo redatto parallelamente alle nostre attività sindacali autunnali. Auspichiamo che nelle scelte che si faranno da oggi alla prossima primavera la coalizione progressista possa essere composta da quante più realtà politiche tra quelle che ci hanno appoggiato nella recente campagna referendaria per ridare centralità e dignità al lavoro e ai lavoratori. Pensiamo che ogni progetto collettivo, progressista ed inclusivo debba puntare ad un rinnovato rilancio dell’attività amministrativa. Per questo crediamo che serva per chiunque si vorrà proporre a guidare la coalizione un percorso di legittimazione popolare- come è successo per il Sindaco uscente Palazzi che punti all’unità delle forze politiche cittadine e ad un rapporto sano e costruttivo con tutte le parti sociali della città. Le notizie apparse sulla Gazzetta il giorno dopo sono il frutto di una risposta frettolosa della coalizione sul metodo della scelta del candidato sindaco e non del merito dei contenuti e del percorso che la Cgil indica. Notizie altresì distorte nei titoli, tanto da virgolettare un testo che non esiste nel comunicato e trasformarlo in una proposta sindacale elettorale inesistente come se la Cgil di Mantova lanciasse per le amministrative un proprio candidato, un partito o pezzi di coalizione contro altri. L’intento è invece un percorso partecipativo dove il sindacato svolge effettivamente il suo ruolo, incide sui comportamenti economici e sociali e che incontri una politica che ascolta, che si fa prossima, che offre risposte concrete discutendo la traiettoria di sviluppo economico, ambientale, sociale e culturale di Mantova, della sua area industriale e di tutti i comuni attorno alla città. Così come pensiamo che sia positivo il nostro percorso partecipativo che ci porterà alle prossime amministrative a Mantova così condividiamo il giudizio negativo del nostro Segretario Generale Landini quando definisce l’ incontro con il governo un incontro dannoso e che la manovra è una manovra che porta a sbattere questo Paese”. La Cgil ha detto con chiarezza che la manovra non fa crescere il Paese, non ci sono investimenti, non si affrontano i nodi di fondo. Il primo è l’emergenza salariale, visto oggi la gente non arriva a fine mese. Abbiamo chiesto, come Cgil, che il governo metta più risorse per rinnovare i contratti nazionali, che vengano detassati gli aumenti salariali, che venga restituito il fiscal drag, ovvero duemila euro in più che lavoratori e pensionati hanno pagato in questi anni, per effetto dell’inflazione alta. Abbiamo chiesto che venga introdotto un meccanismo automatico di indicizzazione delle detrazioni. Su tutto ciò non abbiamo ricevuto nessuna risposta”. Landini nell’ incontro ha aggiunto: “Non è più accettabile che a pagare l’Irpef siano i lavoratori dipendenti e pensionati. La tassazione su rendite e profitti finanziari è inferiore alla tassazione per chi lavora, è intollerabile. abbiamo proposto di introdurre un contributo di solidarietà per le grandi ricchezze. Parliamo di mezzo milione di italiani, con oltre due milioni di euro, da cui si possono recuperare risorse per la sanità, le politiche industriali e l’aumento dei salari. Non farlo è sbagliato e inaccettabile”. “Su alcune delle nostre rivendicazioni – inoltre – la Cgil sta discutendo con Confindustria e Confcommercio e sono condivise: il costo dell’energia, che colpisce sia le famiglie che le imprese, col paradosso che le aziende pubbliche che forniscono energia hanno fatto i profitti più alti di tutte. Bisogna investire per abbassare il costo delle bollette, investire sulle rinnovabili creando posti di lavoro Anche qui nessuna riposta”. Stesso discorso sulle pensioni. “Abbiamo chiesto di introdurre una pensione di garanzia per i giovani e superare il blocco ulteriore delle pensioni. Cresce l’occupazione degli ultra cinquantenni perché nessuno va più in pensione: questo governo sta peggiorando perfino la Fornero, rubando il futuro alle nuove generazioni”. Il giudizio insomma è molto negativo. Così il segretario: “Continuiamo il discorso con Confindustria e le altre associazioni: senza investimenti l’Italia va a sbattere, in tutti gli altri Paesi si sta investendo molto. “Le ragioni che ci hanno portato a lanciare una grande mobilitazione nazionale il 25 ottobre a Roma sono: Una manovra finanziaria senza crescita, Siamo anche contrari all’aumento della spesa sulle armi, l’unico investimento che viene fatto dalla manovra. Ci mobilitiamo contro il riarmo per rimettere al centro i salari e la sanità, i diritti delle persone, a partire dalle nuove generazioni che se ne vanno dal nostro Paese per colpa della precarietà infinita”. Che questa manovra è una scelta sbagliata, un grave errore” lo attestano le maggiori istituzioni economiche del Paese. Tra congiuntura internazionale e misure nazionali, il Paese rischia Sono state ascoltate in Parlamento le istituzioni economiche più importanti, dalla Banca d’Italia al Cnel, dall’Istat all’Ufficio parlamentare di bilancio, passando per la Corte dei conti. Un tratto le accomuna: giudicare insufficiente la prossima legge di bilancio se verranno realizzati gli impegni adombrati nel Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp), della prossima legge di bilancio. È una manovra asfittica, che non contiene strumenti per incrementare la crescita. E la situazione si farà drammatica da settembre 2026 quando il Pnrr sarà concluso. Chissà perché nel nostro Paese si stenta a parlare di industria, di sviluppo del paese, del futuro È diventato ormai un tabù. Come se non fossimo più una nazione industriale. Rischiamo di perdere la produzione di acciaio di base, con l’amaro declino della ex Ilva, ma l’argomento non supera i confini pugliesi. La filiera dell’automotive accusa i contraccolpi del disimpegno di Stellantis ma voltiamo lo sguardo altrove come se tutto fosse colpa dei burocrati di Bruxelles e della loro, ormai fallita, conversione forzata all’elettrico. E intanto la produzione, nei primi nove mesi dell’anno, è crollata del 31,5 per cento e metà personale è in cassa integrazione. L’Italia è una potenza mondiale della manifattura, di cui andiamo giustamente fieri, in particolare nella moda. Le recenti difficoltà di alcuni grandi gruppi del lusso hanno creato un fortissimo malessere in molte delle catene del valore italiane, in tante piccole e medie aziende, ma la questione non ha mai superato gli ambiti territoriali. Crolla la produzione, molte aziende, soprattutto artigianali, chiudono. Ma non è ancora un’emergenza nazionale. Quella che stiamo vivendo è ormai una crisi strutturale. Non c’è niente di congiunturale. Bisogna rendersene conto e agire di conseguenza. Nell’audizione in parlamento della Banca d’Italia sulla finanziaria ha dichiarato La politica di bilancio, secondo la Banca d’Italia, è improntata alla “prudenza”, Ma quel che più colpisce è l’indicazione di come si potrebbe fare meglio: “Una riallocazione tra le diverse poste del bilancio può favorire la produttività e la crescita. Ciò accadrebbe, ad esempio, aumentando le risorse a favore di investimenti, ricerca e istruzione, e contestualmente razionalizzando le spese fiscali, arginando l’erosione della base imponibile dell’Irpef”. In ogni caso, ed è questa la critica più seria, il Dpfp “non include informazioni sufficienti per avanzare valutazioni sulle singole misure”. Le critiche alla manovra del governo Meloni arrivano anche da Oltrape ad indicare che la serie, che “c’è sempre un sovranista più sovranista di te” non finisce mai. La Le Pen attacca la Meloni è il suo governo dichiarando che le invidia i miliardi del PNRR e quei soldi li paga la Francia. E rincara la dose: “Non minimizzo il lavoro di Meloni, ma con 240 miliardi ricevuti dall’Unione europea è più facile”. Allora Meloni definì criminali chi stava discutendo con l’Europa di quelle risorse. Oggi in Italia gli unici cantieri aperti e gli unici investimenti in corso sono proprio grazie a quei soldi: per scuole, strade, asili, strutture sanitarie. Senza quei soldi saremmo in piena recessione. E la cosa più preoccupante è che li stiamo perdendo perché li spendono con enorme ritardo e senza affrontare i veri nodi del paese: gli investimenti sono solo per il riarmo Non commento le parole di Tajani sulle proposte comuniste di Salvini e Giorgetti sulla Tassa alle banche per pagare l’ennesimo condono, Tajani insorge: “È da Urss, non la voteremo mai”. Naturalmente ha dichiarato ai giornalisti che Giorgetti mi ha assicurato durante l'ultima riunione del Consiglio dei ministri che non ci sarà alcuna tassa sugli extraprofitti, che è un concetto un po ’da Unione Sovietica Tre euro. Cinque, sei al massimo. È quanto resterà in più in busta paga ai lavoratori con redditi fino a 28 mila euro lordi grazie alla detassazione al 5% degli aumenti contrattuali inserita dal governo Meloni in manovra. Un'operazione presentata come un segnale forte sul fronte dei salari, ma che i conti della Cgil ridimensionano a "contentino". Le prime simulazioni fotografano benefici netti di 3,77 euro al mese per chi guadagna 15mila euro, 5,03 euro per chi arriva a 20mila, 6,29 euro per chi ne percepisce 25mila. Cifre minime, destinate comunque a essere risucchiate dalla «macchina infernale» del drenaggio fiscale: più soldi, più tasse. Un richiamo forte sul lavoro sempre più povero arriva anche dal Quirinale. Il capo dello Stato Sergio Mattarella ha denunciato nei giorni scorsi «tante famiglie sotto la soglia di povertà nonostante il lavoro. Il presidente ha parlato di salari troppo bassi come questione cruciale di coesione sociale. La Cgil affonda il colpo. «Dal 2022 al 2025 il drenaggio fiscale ha sottratto 25 miliardi di euro a lavoratori e pensionati», accusa Christian Ferrari, segretario confederale. Ma anche restando al 2025, i numeri rivelano molto. Ipotizzando un aumento contrattuale del 2% nel 2025 (pari all'Ipca Nei, indice di inflazione calcolato da Istat), un dipendente con 15mila euro di reddito lordo guadagna 259 euro netti in più ma ne perde 130 in tasse aggiuntive. Chi prende 20mila euro incassa 345 euro, ma ne lascia sul campo 513. A 25mila euro l'aumento netto è di 431, mentre il drenaggio pesa 569. A 30mila euro (fuori dalla flat tax) si guadagnano 518 euro, ma se ne perdono 537. A 35mila euro: 413 contro un drenaggio di 1.566 euro. Male anche più su: a 40mila euro il saldo è 472 euro contro 1.320, a 50mila euro 590 contro 1.385. Tutti o quasi in perdita. Il governo ha scelto di limitare la detassazione agli under 28mila euro, sostenendo che per le fasce superiori interverrà la riduzione della seconda aliquota Irpef dal 35 al 33%, inserita in legge di bilancio per il 2026. Ma la stessa Cgil calcola che il beneficio sarà irrisorio: per chi guadagna 30mila euro, circa 3 euro al mese, per chi ne prende 35mila solo 88 euro all'anno. Un aiuto minimo che non compensa «i 2mila euro in media persi dal 2022 al 2025» dai lavoratori a causa del mancato adeguamento di scaglioni, detrazioni e trattamento integrativo all'inflazione. «Con una mano si dà qualcosa, con l'altra si prende molto di più», sintetizza Ferrari. Il sindacato denuncia che lo Stato fa affidamento su quelle extra imposte per garantire gli equilibri di finanza pubblica, scaricandone il peso sui soliti noti. E che le risorse vengono dirottate altrove: «Una folle corsa al riarmo che ci costerà 23 miliardi di euro solo nei prossimi tre anni». Una scelta che stride con gli impegni dichiarati di difendere il potere d'acquisto, fatta dalla premier Meloni. «A parole si dichiara di voler tutelare lavoratori e pensionati, nei fatti si fa esattamente il contrario», conclude Ferrari. Forse ma non solo per queste ragioni che scendo in piazza il 25 ottobre Perché un altro orizzonte è possibile Un altro mondo è possibile
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